Diceva Francis Scott Fitzgerald, fra un Gin Rickey e l'altro: "non si scrive per dire qualcosa, si scrive perchè si ha qualcosa da dire". Un aforisma che si può applicare a qualunque campo dell'espressione umana. Quindi, cos'ha da dirci Robert Curgenven, australiano trapiantato in Cornovaglia, con la sua musica? Il suo album più recente, "Climata" (Dragon's Eye, 2016), è un interminabile doppio cd dominato dallo stesso drone analogico, carico di elettricità, che attraversa sei brani lunghi esattamente 19 minuti e 20 secondi ciascuno. Su questo si inseriscono a tratti dei field recording di canti di uccelli, onde del mare, campane, traffico lontano. Ci sono dei crescendo repentini come la volata finale di una corsa di lumache. È a mio parere una rappresentazione di un'attesa ansiosa e impotente, con il drone che interpreta uno stato d'animo, il tempo che si dilata, guardare l'orologio ogni attimo e scoprire, appunto, che è trascorso solo un attimo. Più angoscia che contemplazione quindi, e se l'idea per questo disco è scaturita da una sua inquietudine interiore significa che davvero aveva qualcosa da dirci.
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martedì 10 maggio 2016
Robert Curgenven @ O', Milano - 17/05/2016
giovedì 21 aprile 2016
Ambarchi & Brinkmann + R/S @ Auditorium San Fedele, Milano - 02/05/2016
Per l'appuntamento conclusivo della rassegna Inner_Spaces ci troviamo di fronte a due duo (lo so, è brutto, ma si dice così) che non è consueto incontrare dalle nostre parti. I primi a esibirsi saranno R/S, nome dietro cui si celano Peter Rehberg e Marcus Schmickler, autori di una sperimentazione elettroacustica dissonante e drammatica, dalle tinte metalliche e sicuramente non di facile ascolto, vista anche la curiosa tendenza (di Rehberg soprattutto) a voler scioccare l'ascoltatore con frequenze insolite e improvvise. Siamo dalle parti del noise, come dimostrano i due album finora pubblicati (One: Snow Mud Rain, nel 2007 per Erstwhile e USA, nel 2011 per PAN). La collaborazione fra Oren Ambarchi e Thomas Brinkmann è quasi una prima assoluta dal vivo, i due hanno prodotto un album (The Mortimer Trap, 2012, Black Truffle) formato da un solo brano di oltre 70 minuti. Un estenuante drone elettronico su cui si sovrappone (ma ci vuole una mezz'ora) una linea di basso dub appena accennata, The Mortimer Trap è un evidente tentativo di ipnotizzare il pubblico per sottometterlo al proprio volere. Ipotizzando atmosfere simili, vi consigliamo di lasciare a casa carte di credito, chiavi della macchina e gli effetti personali di cui siete più gelosi.
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mercoledì 6 aprile 2016
Wolf Eyes @ Sacrestia, Milano - 30/04/2016
In quest'epoca in cui la musica registrata ha perso la sua importanza nell'economia di una band (e parlo proprio di economia, denaro), è difficile districarsi nella discografia intricata dei Wolf Eyes. Mi risultano ad oggi 108 album (in 20 anni!), più una quarantina di live e circa 30 ep: certo, molti sono autoproduzioni che trovate solo ai concerti, ma la scelta di inondare il mercato (?) di uscite rende ostico dare un senso al loro percorso. L'ultima pubblicazione per un'etichetta "ufficiale" (la Third Man di Jack White) risale allo scorso anno e sembra un disco storico dei compaesani Stooges reinterpretato tramite kraut e noise; niente male, ma nel 2016 compare "Strange Days" un cd-r dalle atmosfere più dilatate ed elettroniche (pare una passeggiata tra le macerie di una zona industriale devastata), giusto per non far sapere cosa aspettarsi da un loro concerto. Il trio capitanato da Nate Young porta sul palco la storia di Detroit, come la si potrebbe interpretare da una vhs scassata salvata da una discarica, un montaggio random dove convivono istanze rock, noise, elettronica, jazz, industrial e tanto disagio esistenziale.
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giovedì 24 marzo 2016
Michel Doneda/Giuseppe Ielasi/Enrico Malatesta @ O', Milano - 21/03/2016
Da un po' di tempo non assistevo a un concerto totalmente acustico (ovvero privo di impianto), certo, i walkman utilizzati da Ielasi sono elettrici, a batteria, dotati di una propria minima amplificazione, ma ci siamo capiti, parlo di impianto fisso, mixer eccetera. Michel Doneda è sassofonista sperimentale, di quel tipo che esplora i limiti estremi del suono, nel suo caso estremi verso il basso, al confine col silenzio. Dal suo sax soprano esce poco più che un soffio, un drone agonizzante. I suoi compagni di avventura si adeguano a questa sua caratteristica: i nastri di Ielasi producono flebili cigolii e lamenti, vengono talvolta distribuiti in giro per la sala per spazializzare il suono (di questo aspetto parleremo dopo); le percussioni di Malatesta, qui ridotte a due tamburelli e qualche oggettino, sono strofinamenti e picchiettare di dita. Un concerto del genere sarebbe impensabile senza la partecipazione attiva del pubblico: stare in silenzio assoluto, non un movimento perchè si sente tutto, richiede un certo impegno. "Partecipazione attiva" per creare il silenzio che diventa tangibile, solido. Sembra un ossimoro ma è ciò che questi musicisti sono riusciti a fare. L'oscurità per l'orecchio. O meglio la sua negazione, il biancore accecante, il rifiuto di tutte le frequenze. Questa è la tela tridimensionale dove si dipanano le costruzioni del trio, quasi una situazione "di laboratorio" irrealizzabile altrove, basterebbero un barista sbadato o le solite chiacchiere a spezzare l'incantesimo. Doneda si muove spesso, i suoi soffi vengono riflessi dagli angoli della stanza, creano un paesaggio sonoro che più mi sforzo di associare a qualcosa di concreto e più trovo astratto. I nastri di Ielasi che provengono da "altri luoghi" gli fanno da controcanto. Il risultato è una scultura effimera e fragilissima, che crollerebbe al primo alito di vento. Musica che viene alla ribalta oggi (in punta di piedi: una cinquantina di spettatori, ma di lunedì) perchè il rumore imperante che ha segnato l'ultimo mezzo secolo ha perso efficacia, si è impantanato nella palude della banalità, non c'è più nulla di davvero "nuovo", mentre il quasi-silenzio di formazioni come questa sussurra molto più forte. Intendiamoci, musica come questa non potrà mai riempire i grandi club (e nemmeno quelli piccoli a dir la verità, non è la sua dimensione, per manifestarsi ha bisogno della tranquillità e della dedizione più assoluta) ma la sua esistenza è preziosa, la sua fragilità una fotografia dello stato in cui versa la musica oggigiorno.
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martedì 22 marzo 2016
Inner_Spaces: Valerio Tricoli + François Bonnet + Mats Lindström @ Auditorium San Fedele, Milano - 11/04/2016
È ora di svelare il significato del termine "acusmatico": "suono di cui non si vede l'origine". Nell'antica Grecia, gli acusmatici erano gli allievi di Pitagora, che affrontavano un lungo apprendistato in cui dovevano ascoltare in silenzio le lezioni del maestro mentre parlava nascosto da una tenda. Pierre Schaeffer fece proprio questo termine per indicare la musica diffusa tramite altoparlanti e più in generale la musica registrata. Oggi si può dire che solo i concerti di musica rigorosamente acustica non sono acusmatici: tutto il resto passa attraverso un impianto, "non se ne vede l'origine". Quindi potrete pavoneggiarvi dicendo di avere in casa un acusmonium anche se avete solo le casse del computer. L'acusmonium "vero", quello del San Fedele, invece questa volta presenta delle selezioni sonore dagli archivi di due studi che hanno fatto la storia della musica acusmatica, il GRM di Parigi (fondato da Schaeffer) e l'EMS di Stoccolma, a cura rispettivamente di François Bonnet (forse più noto con lo pseudonimo di Kassel Jaeger) e Mats Lindström. Mentre Valerio Tricoli eseguirà Williams Mix Extended, reinterpretazione della composizione di John Cage realizzata nel 2012 con Werner Dafeldecker. Tricoli è uno dei fiori all'occhiello della sperimentazione elettronica italiana: già nei 3/4HadBeenEliminated e collaboratore di gente come Bill Kouligas e Thomas Ankersmit, pubblica proprio in questi giorni il suo nuovo album Vixit (per Second Sleep), dedicato principalmente a riflessioni sull'intonarumori, strumento ideato nei primi anni del Ventesimo secolo dal futurista Luigi Russolo. Se vi siete persi in questo mare di nomi e non capite da dove arrivano non preoccupatevi, anche l'articolo è acusmatico.
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domenica 20 marzo 2016
Seven Trax One Week: Cose che germogliano in primavera
L'avvento dei social network e di portali quali Youtube, Soundcloud e Bandcamp ha cambiato radicalmente il modo in cui si fruisce la musica oggi. Bella forza, direte voi, qui si scopre l'acqua calda. Ma parlo soprattutto dell'appassionato che fa "ricerca", che se prima si rivolgeva a giornalisti fidati, fanzine oscure o acquistava dischi alla cieca incuriosito da copertina, etichetta o produttore, oggi si immerge nel mare magnum dei suggerimenti automatici di Youtube. Ecco sette progetti musicali di sicuro interesse che ho scoperto proprio in questi giorni, vecchi e nuovi, un po' dietro suggerimenti di amici e un po' per puro caso.
Aine O'Dwyer - Pedal Danse
Un'arpista irlandese che ha avuto la possibilità di accedere all'organo della chiesa di St. Mark a Islington (Londra) e di registrare, con il corollario di rumori ambientali non eliminabili. Ne ha estratto un album, uscito nel 2012 in cassetta e ristampato nel 2015 in versione espansa da MIE Music.
Voice of Eye - Effigy for the Shelter Deficient
Oscuro duo texano dedito ad un minimalismo ambient-tribale realizzato prevalentemente con strumenti autocostruiti. Esistono dal 1989 e vantano (?) un cd split con Robert Rich.
Stasya Poškute & Sasha Serechenko (SSSP) — Tellurium
Pochissime informazioni su questi. Stasya Poškute è una fotomodella lituana che canta e usa varia strumentazione elettronica, Sasha Serechenko è uno sperimentatore al sax e loop station, il risultato è la cosa più lontana da ciò che immaginereste in quanto a musica con una modella coinvolta.
Silk Saw - Same Area
Scavando scavando si scopre questo straniante e indefinibile duo di Bruxelles: esistono dal 1995, l'ultimo loro album, Imaginary Landscapes, è uscito nel settembre 2015 per l'etichetta russa Kotä.
Salah Ben Al Badiya - Sala Min Shaaaraha A-Thahab (Gold Streamed Down From Her Hair)
Ovunque si guardi in Africa c'è musica eccezionale. Dal misterioso Sudan arriva una collezione di 45 giri del tempo che fu, compilata dal benemerito blog di ricerca musicale ShellacHead (purtroppo inattivo negli ultimi tempi), comincià così.
Limpe Fuchs - The Chase
Definita come "percussionista sperimentale leggendaria, attiva dagli anni Sessanta", della tedesca Limpe Fuchs è stato ristampato lo scorso anno l'album "Muusiccia (Metal/Stones)", uscito in origine nel 1993. Peccato scoprirla solo adesso.
Baris Manco - Hadi Gulum Yandan (FOC Edits Dub Mix)
Di FOC Edits si sa solamente che è un producer e abita a Istanbul. Si dedica a versioni funk-psych-house di misteriosi "classici" della musica popolare turca, come questo...
pubblicato in origine su frequencies.eu per la rubrica Seven Trax One Week
mercoledì 16 marzo 2016
Mitocondri @ Cascina Torchiera, Milano - 11-12/3/2016
Il mitocondrio, organello infracellulare comune a tutti gli esseri viventi, tra le sue numerose funzioni gestisce l'apoptosi, ovvero la morte programmata delle cellule più anziane. Mitocondri: ecco un festival milanese in un luogo che solo di rado è deputato alla musica elettronica, la Cascina Torchiera. La sala "ambient" vince il premio per l'allestimento a base di frasche e fiori: l'odore umido unito alle nebbie delicatamente aromatiche diffuse dalla macchina del fumo creano un'atmosfera da camera ardente, d'altronde il cimitero è a due passi. I più attenti si saranno anche accorti che nella sala principale (in cui campeggia un impianto di dimensioni davvero importanti) alcune piastrelle rotte sono state sostituite, nei tempi andati, da pezzi di lapide, con tanto di nome, cognome e data di morte, quindi il Cimitero Maggiore è per la Cascina ciò che per il Cairo sono state le piramidi, dalle quali per secoli è stato estratto materiale da costruzione senza peraltro intaccarle sensibilmente. Da questi indizi avrete capito che la morte, inconsciamente o no, sembra permeare l'evento. Così è purtroppo, in occasione della prima serata di venerdì 11 (non me ne vogliano gli organizzatori): la scarsa affluenza di pubblico e alcuni disguidi tecnici che fermano le performance degli artisti per oltre un'ora mi convincono a tornare nella rutilante vita sociale di Viale Certosa.
Meglio la serata di sabato 12, sulla quale l'organizzazione (a cura del collettivo della Cascina, TreeBoo Dissidance e 51 Beats) ha puntato tutto concentrandovi i set di maggior richiamo (Saffronkeira, Ben Pest). Presto i buoni propositi sul mantenimento della line up comunicata vanno allegramente a farsi fottere e non si sa più chi suona e quando, in pieno spirito rave anni Novanta. Vediamo Noxious Nub in un duo non annunciato con Marcio McFly a sparare techno psichedelica e cavernosa con due modulari (molto bene, a mio parere l'apice musicale di tutta la rassegna) e un (presunto) Fedka The Irritant improvvisare al trombone sopra della cassa dritta imbastardita da tutto (ma non doveva suonare due ore prima?). Una sbornia di techno mutante sporca ma assai trascinante e godibile, memore delle esperienze di personaggi come (ad esempio) Lory D ma orientata verso un futuro ancora indefinito. Soprattutto, lontanissima dai clichè proposti dai più celebrati promoter milanesi, a dimostrazione che non basta consultare la programmazione del Berghain del mese scorso e mettere mano al portafoglio per creare la situazione giusta, che qui invece c'è stata.
Certo, ci sono stati anche inconvenienti come i set ambient "disturbati" dalla cassa techno proveniente dalla sala adiacente (in particolare quelli di Dr. Guilty e di Laura Agnusdei, ottimi entrambi) ma sono a mio parere peccati di inesperienza, mai mi era capitato di assistere a due set in contemporanea in Cascina Torchiera (probabilmente nemmeno a loro). La cosa fondamentale in queste occasioni, il sound, era potente e preciso come a Milano si sente raramente, e quando è curato come si deve i nomi e l'hype passano in secondo piano.
Un evento che lascerà sicuramente strascichi visto che sono già previsti due appuntamenti simili mascherati da presentazioni di libri: uno il 19 marzo per presentare il volume Rave New World edito da Agenzia X, con la presenza di membri di Mutoid Waste Company, Spiral Tribe e Contropotere (annunciato spettacolo di giocoleria col fuoco) e l'altro, in occasione dell'uscita del saggio Frankenstein Goes To Holocaust di Dj Balli (nel quale viene coniato il neologismo stupendo "saccheggiofonia" per definire il mash-up, altro che petaloso), dedicato alle sperimentazioni beffarde fra noise, gabber e breakbeat dello stesso Dj Balli, Okapi e Dabol Gondra (side project degli Uochi Toki).
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giovedì 3 marzo 2016
S4 @ O', Milano - 17/03/16
Curiosa lineup quella che presenta quattro sassofoni soprano. E basta. I sassofoni sono in mano a quattro improvvisatori (il britannico John Butcher, gli svizzeri Christian Kobi, Hans Koch e Urs Leimgruber) che hanno nella propria cifra stilistica la ricerca dei limiti dello strumento. Il sax soprano (per gli inesperti diciamo che è quello "dritto") produce i suoni più acuti nella famiglia dei sassofoni, almeno fra quelli usati più comunemente, e l'insieme dei quattro si avvicina al noise, non inteso come estremismo in termini di volume: un noise "minimo" come può essere il cigolio di una porta, che può arrivare fino ai limiti dell'udibile con soffi, scricchiolii e l'uso dei tasti dello strumento come generatori di suono "concreto", al di là del loro uso canonico. I musicisti, che provengono dalle più svariate esperienze nell'ambito dell'avanguardia europea e dell'improvvisazione elettroacustica, si presentano da O' cun un album, il primo per questa formazione, Cold Duck (uscito lo scorso anno per Monotype) che prende in esame frequenze non comuni e suoni al confine fra la musica e (ditelo voi).
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martedì 23 febbraio 2016
Dj Fuco sonorizza la Corazzata Potëmkin
Nel settembre scorso vengo contattato dall'Associazione Cecinepas, attiva nel campo delle rassegne cinematografiche, per sonorizzare, tramite un dj set, La Corazzata Potëmkin di Sergej Ėjzenštejn, film muto del 1925, a torto considerato il padre di tutti i "mattoni" filmici; forse per il trattamento dedicatogli da Paolo Villaggio in una celeberrima scena de "Il Secondo Tragico Fantozzi". La mia sonorizzazione è stata poi diffusa durante la proiezione svoltasi il 26 settembre 2015 presso Mare a Milano. Tramite un sistema di cuffie wireless a tre canali gli spettatori potevano scegliere fra diverse colonne sonore: la mia, quella realizzata da Edmund Meisel per la "prima" tedesca del 1926, e una colonna sonora parzialmente orchestrale firmata dai Pet Shop Boys e presentata al pubblico nel 2013.
La struttura e i temi dichiaratamente propagandistici del film sembrano fatti apposta per un commento sonoro "serio", classico e drammatico. Così sono infatti la colonna sonora originale di Meisel e alcune sinfonie di Šostakovič che sono state utilizzate in passato come sonorizzazione, e anche il lavoro dei Pet Shop Boys, sebbene riecheggi lo stile synth pop del duo, non si discosta da un'atmosfera solenne. Io invece ho scelto di affrontare la materia in modo semiserio. Citazioni metacinematografiche, stacchi bruschi, contrasti tra il mood delle immagini e quello della musica possono servire a mio parere a liberare il film dalla sua cattiva reputazione per lo spettatore non cinefilo integralista e permettere a quest'ultimo di apprezzare maggiormente le straordinarie intuizioni filmiche per cui La Corazzata Potëmkin è considerato dalla critica uno dei momenti più alti dell'intera arte cinematografica. Almeno, ci ho provato. Buona visione e buon ascolto :)
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Inner_Spaces: Robert Lippok + Bellows @ Auditorium San Fedele, Milano - 14/03/16
Il terzo appuntamento con la rassegna primaverile (o quasi) del San Fedele presenta uno dei maggiori esponenti dell'elettronica tedesca contemporanea, Robert Lippok. Il leader dei To Rococo Rot (che da solista produce materiale in bilico fra ambient e glitch) propone, come spesso fanno i protagonisti di questa rassegna, un set specifico per l'acusmonium Sator, impianto che si può letteralmente "suonare" quanto uno strumento musicale. Siamo certi che il suo stile, etereo e astratto, susciterà stati ipnotici negli astanti, in particolare quando anticipato dall'esibizione dei Bellows. Il duo formato dai noti (agli appassionati milanesi) Giuseppe Ielasi e Nicola Ratti non si concede spesso da queste parti con il suo dub materico associato a texture gassose e raffinatissime. Suoni che sembrano fatti apposta per essere esaltati dall'acustica accurata dell'Auditorium San Fedele. Da non perdere!
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Matinée Più @ Standards, Milano - 06/03/16
Maratona domenicale da Standards. Da mezzogiorno alle 21 verrà allestito un mercatino "mediatico" a cura di alcune tra le migliori etichette e case editrici del panorama milanese (Die Schachtel, Holidays Records, Error-Broadcast e altre), con la partecipazione di etichette straniere di alto livello in ambito sperimentale (Penultimate Press e Entr'acte). Queste ultime presentano anche due showcase: il primo da parte di Mark Harwood, fondatore della Penultimate Press, che si esibisce in un set elettroacustico con il nome di Astor, l'altro, presentato dalla Entr'acte, label di stanza in Belgio, vede Dale Cornish cimentarsi con dell'elettronica fuoriuscita dall'orbita techno, in viaggio verso l'ignoto. I dj set inclassificabili di Arousal e Fela Kutri, le birrette artigianali e delicatessen gastronomiche fuori dagli schemi sono gli altri ingredienti di una giornata che vi lascerà "stanchi ma felici" come le migliori feste dell'oratorio.
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venerdì 29 gennaio 2016
Rafael Anton Irisarri @ Masada, Milano - 16/02/16
In un periodo storico in cui le manifestazioni tradizionali dell'espressività musicale (almeno quelle che hanno segnato il secolo scorso) mostrano la corda, vengono alla ribalta nuove forme. E in un periodo storico in cui attenzione, concentrazione e memoria sono ridotte ai minimi termini dall'overdose comunicativa e contenutistica che minaccia ogni giorno di travolgere le nostre intenzioni e i nostri interessi, è emblematico come queste forme richiedano una dedizione prolungata per essere apprezzate, quasi una meditazione. Ambient e drone diventano una necessità per mettere a tacere l'incessante rumore di fondo, e non sto parlando del traffico. Anche il crescente interesse verso pratiche come lo yoga conferma questa tendenza. Rafael Anton Irisarri è tra i migliori e più recenti esponenti della nuova scuola ambient/drone, e le brume evocate dalla lentezza e dalla densità della sua musica sono ideali per placare smanie da selfie, like, e meme. Ricordate di spegnere il telefono però.
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lunedì 18 gennaio 2016
Seven Trax One Week: C'è un Bowie per tutti
A una settimana dal fatto, il Morto del Mese© sta ancora monopolizzando i social network, in una competizione che coinvolge sia i partecipanti al concorso del Fan Numero Uno© sia veri o presunti artisti per i quali ogni occasione è buona per sfruttare il lutto come opportunità promozionale, fra cover esumate da oscure sagre della porchetta, millantate amicizie e discutibili somiglianze anatomiche. Non sono mai stato un grande appassionato di Bowie, apprezzando più il personaggio del musicista. Il suo eclettismo, per quanto unico e affascinante nella sua imprevedibilità, è ben più esteso dell'insieme dei miei gusti, e mi ha fatto confinare il Duca Bianco nel limbo dei rispettabili. Non mi sono però tirato indietro nel gioco delle canzoni preferite, che ci sono eccome, e sono ben più di sette (qui trovate la playlist completa), pur limitandomi agli album del periodo "classico" (e potremmo anche fare una seconda puntata dedicata alle sue opere successive). E forse la grandezza di David Bowie sta proprio in questo: qualcosa per ognuno, il tutto per nessuno.
African Night Flight
After All
Art Decade
Red Money
She Shook Me Cold
Subterraneans
Yassassin (Turkish for Long Live)
pubblicato in origine su frequencies.eu per la rubrica Seven Trax One Week
giovedì 14 gennaio 2016
Enzo Mari, il soldato che combatte contro la merda del mondo
Alcuni di voi avranno visto su Youtube un estratto da un intervento televisivo di Enzo Mari in cui senza peli sulla lingua si scaglia contro il concetto contemporaneo di "creatività". Un video che dovrebbe diventare virale. Naturalmente il popolo dei commenti dà fondo a tutta la propria creatività per insultare Enzo Mari in ogni modo: tutte persone che (ne siamo certi) prima di vedere questo frammento di due minuti, estrapolato da un'intervista ben più lunga, non lo avevano manco sentito nominare. Ma non siamo qui per contestare gli insulti via web, massima espressione libertaria del nuovo millennio. Piuttosto facciamo luce su questo personaggio, novarese classe 1932, tra le figure più significative del periodo d'oro del design italiano (ma lui "si vergogna di essere definito designer"), autore di oltre 1500 progetti per aziende quali Danese, Driade, Artemide, Alessi, Zanotta, Flou. Ma soprattutto pensatore, critico, teorico del "fare", "soldato che combatte contro la merda", "coscienza dei designer".
La storia di Enzo Mari è quella di un ragazzo povero nell'immediato secondo Dopoguerra. Come tanti, ha dovuto abbandonare la scuola e vivere fra espedienti e lavori saltuari: non sa ancora che diventerà "Enzo Mari". Certo, c'è voluto anche il colpo di fortuna al momento giusto, la scintilla che non potrebbe più scoccare, nello specifico la possibilità di iscriversi all'Accademia di Belle Arti senza disporre di titolo di studio, cosa che oggi sarebbe impossibile. Qui la sua fame di sapere ha modo di esprimersi appieno, frequenta qualunque corso, viaggia con mezzi di fortuna per conoscere i capolavori dell'arte italiana del Rinascimento, da cui resta folgorato, come anche dal pensiero dei classici greci. Resta due giorni in contemplazione della Cappella Sistina, conosce Bruno Munari che nota in lui qualità fuori dal comune e avrà una parte importante nello sviluppo della sua carriera. Dice Mari: "non potrò diventare Michelangelo, mi accontenterò di disegnare i fiammiferi". È un'affermazione umile, ma nel suo cuore alberga lo spirito del demiurgo, da ottantenne ha il physique du rôle di un Socrate, le mani nodose di un boscaiolo saggio, e se fosse attore potrebbe contendere a Morgan Freeman il ruolo di Dio.
Come i filosofi greci è affascinato dall'idea dell'arché, l'origine di tutte le cose, il principio primordiale. Applica questo concetto al progetto: disegna oggetti semplici, forme geometriche basilari realizzate con materiali tradizionali come legno o metallo, riutilizza semilavorati industriali ("la forma perfetta perchè non ha alternative, è quella e basta"). Filtra queste idee tramite un personale eclettismo. Un cilindro di calcestruzzo sormontato da una semisfera diventa il "panettone" che vediamo quotidianamente per strada. Una putrella d'acciaio piegata è un elegante portaoggetti minimalista. Se gli viene chiesto quale oggetto esistente avrebbe voluto ideare, lui risponde "la palla". Ma disegna anche le copertine dei Classici Adelphi e quel puzzle in legno in cui forme di animali si incastrano a comporre un rettangolo, incubo dei figli di genitori progressisti, bramosi della Playstation come tutti gli altri. Anticipa le intuizioni dell'Ikea pubblicando nel 1974 il "Manuale di Autoprogettazione" per costruirsi da soli i mobili (ristampato recentemente da Corraini, qui lo trovate in pdf, di scarsa qualità ma sufficiente per farsi un'idea). All'epoca il Manuale fu criticato dalla comunità dei designer con l'assunto che il design dovrebbe semplificare la vita delle persone, non complicarla. Al contrario, Mari ha una visione didattica, idealista, quasi salvifica del suo lavoro: mostrare come si costruisce una sedia o uno scaffale migliora la vita delle persone perchè trasmette conoscenza e manualità, valori invisi al mercato che desidera un pubblico ignorante, privo di memoria e incapace di valutare in autonomia la qualità di un prodotto. I progetti presentati da Mari nel volume sono facili da realizzare, solidi, grezzi, "da lasciare a taglio di sega", ma dalle forme perfette (un buon progetto "è", non "sembra"). Chiari riferimenti a quanto mostrato in quest'opera si possono ritrovare oggi, ad esempio, nelle strutture in legno fabbricate solo con materiali di recupero del collettivo berlinese che ha realizzato club come il Bar25, il Katerholzig (ormai defunti) e l'Holzmarkt (che sta per essere ultimato). E forse i falegnami berlinesi non hanno mai sentito nominare Enzo Mari: hanno semplicemente la stessa etica artigiana, pragmatica. Queste forme e questi metodi costruttivi non sono un'invenzione, come Mari stesso precisa. Le forme esistono fin dall'antichità, bisogna solo conoscerle e scegliere quella giusta per il nostro scopo.
Contro l'economia di mercato, contro la catena di montaggio, contro le mode, contro lo sfruttamento dei lavoratori: il vulcanico designer crede in progetti di qualità, alla portata di molti e fabbricati con il coinvolgimento attivo della forza-lavoro (quando viene chiamato dalle aziende per realizzare linee di prodotti articolate, cerca il confronto e lo scambio di idee con gli operai). Il suo oggetto ideale dev'essere durevole e riparabile, opposto alla filosofia usa e getta contemporanea, che a suo parere ha trasformato il design in mero elemento decorativo, una firma utile più a incrementare il costo finale che a ottenere un prodotto migliore. La metafora che meglio spiega il pensiero di Mari è quella del Kintsugi, pratica giapponese che consiste nel riparare con saldature d'oro o d'argento gli oggetti di ceramica andati in frantumi. Le stoviglie in questo modo acquistano addirittura valore, sia materiale che affettivo, dopo la riparazione, e vengono tramandate attraverso le generazioni.
Questo suo essere "contro" le leggi dell'industria e del mercato (alcuni suoi progetti non hanno avuto successo commerciale perchè "troppo economici", difficili da vendere in un circuito fatto di costosi status symbol) non lo hanno certo aiutato a farsi strada in un mestiere in cui per forza bisogna rapportarsi con gli imprenditori del settore. E quando un designer già "scomodo" presenta un progetto provocatorio come questo...
"Nel 1972, il critico Pierre Restany m'invita a partecipare a una mostra collettiva alla galleria Il Centro, a Napoli, che riunisce la documentazione su alcune opere ambientali che si vorrebbero realizzare sulle pendici del Vesuvio. [...] Non sono affatto d'accordo con l'idea di deturpare il vulcano, che eruttando si è sempre difeso da solo dalle occupazioni abusive, e trovo spaventosa la cementificazione selvaggia delle zone di pianura. La mia Operazione Vesuvio è, sin dal titolo, una provocazione: propongo di scavare una galleria orizzontale che colleghi il centro città con il cratere, sul cui fondo andrà costruito un nuovo centro residenziale. Le vie e le piazze verranno intitolate agli speculatori, e agli architetti e ingegneri del Politecnico che li hanno aiutati, obbligandoli ad abitarci per primi. Stilo un elenco di un centinaio di nomi, tutti veri, incluso quello di uno dei proprietari della galleria."
[tratto da Enzo Mari, Venticinque modi per piantare un chiodo, Mondadori]
...farsi dei nemici è facile. Eppure il suo valore, la sua etica, la sua cura nel lavoro, gli hanno permesso di aggiudicarsi ben cinque Compassi d'Oro (un premio che per il design è forse più importante dell'Oscar per il cinema), risultato che solo pochi grandissimi sono riusciti a conseguire. Chi scrive lo vorrebbe Presidente della Repubblica.
pubblicato in origine su dailybest.it
sabato 2 gennaio 2016
Andrea Belfi @ Standards, Milano - 24/01/2016
La ripresa dell'attività concertistica dopo il tradizionale letargo stagionale inizia in punta di piedi, Andrea Belfi porta da Standards sonorità invernali che nel suo più recente album "Natura Morta" (Miasmah, 2014) assumono connotati quasi "badalamentiani". Il compositore preferito da David Lynch è il primo paragone suggerito dal disco di questo batterista che ammanta le percussioni di elettronica e mistero. A mio parere Belfi è tra gli esponenti migliori di quel movimento definito "Italian Occult Psychedelia" che (finalmente) riesuma tradizioni nostre, apprezzatissime oltre confine e agli antipodi del solito cantautorato suonato coi piedi. È erede di quella scuola di compositori italiani degli anni Sessanta e Settanta che hanno fatto le proprie fortune con la musica per i film di genere dell'epoca. Quella tensione sospesa si ritrova nelle mirate costruzioni di Belfi, castelli di pathos e inquietudine che non scrivono mai la parola fine.
pubblicato in origine su zero.eu